GIORGIO ALBERTAZZI - INTERVISTA DI SEBASTIANO BIANCHERI

1373 giorni fa

GIORGIO ALBERTAZZI - INTERVISTA DI SEBASTIANO BIANCHERI

Intervista realizzata da Sebastiano Biancheri a Giorgio Albertazzi  alTeatro Ghione di Roma l'11 Febbraio 2014 in occasione della messa in scena de IL MERCANTE DI VENEZIA di W. Shakespeare.

D) Ci troviamo al teatro Ghione di Roma dove è appena andata in scena l’opera teatrale ‘Il mercante di Venezia’ di William Shakespeare con la regia di Giancarlo Marinelli. Abbiamo un ospite di eccezione, una autentica icona, senza far torto a nessuno, del teatro italiano, assolutamente il più grande attore italiano. Parliamo di questo ‘Mercante’, Maestro. E’ lo spaccato di una Venezia dell’epoca, descritta dall’autore con estrema cura, senza reticenze, senza trincerarsi dietro a schematismi di alcun tipo. Eppure è stato tacciato di antisemitismo. Con quale ottica si può interpretare questo grande testo di Shakespeare?

R) Giudicando questo spettacolo, bisogna considerare che io l’ho tradotto e adattato. Ci sono scene e personaggi che non esistevano: Giobbe è una invenzione mia, come anche il finale. Quindi questo è un’Mercante di Venezia’ di Shakespeare/Albertazzi, come succede spesso che metta le mani e qui le ho messe in modo massiccio. Non c’era bisogno di salvare Shylok però avevo letto che uno dei grandi interpreti elisabettiani, Henry Irving, che faceva Shylock al tempo di Shakespeare, con la Keller che faceva Porzia, fu il primo a fare uno Shylock nobile, non l’ebreuccio con i trecciolini che fa l’usuraio. Da lì sono partito ed è nato uno spettacolo di questo genere che non è antisemita, non è nemmeno una sviolinata agli ebrei. Questo è Shakespeare; il grande teatro fa solo domande, le risposte le diamo noi.

D) Il personaggio di Shylock è un personaggio coerente con se stesso, sempre, tutto d’un pezzo e solo apparentemente alla fine rimane sconfitto ma sconfitto invece probabilmente è il pregiudizio, il modo aberrante di intendere il diverso. E’ così?

R) Si. Tutta la pièce è una storia di amori traditi o non finiti. Quello di Shylock per la figlia è tradito; la sua caduta comincia dalla fuga della figlia, non tanto perché fugge con un cristiano, che è un’aggravante, ma perché fugge portandosi via il denaro, è un tradimento lacerante che non può accettare. Lo spettacolo curato da Marinelli è un grande successo: dobbiamo andare in Veneto ed già è tutto esaurito, come in Sicilia, mesi prima di andare in scena. Questo nel teatro di prosa non accade spesso.

 

D) Parlavamo di Marinelli. Lei non ha sempre amato i registi con cui ha avuto sempre un atteggiamento giustamente critico, tanto da dire alcune volte: ‘molti registi hanno ucciso i grandi attori’. Cosa intende?

R) C’era un tempo nel nostro paese in cui il regista era diventato il signore del regno, era più di un teatro di regia, cosa di per sé già grave, era diventato teatro del regista. Un grande filosofo come Hegel diceva che l’attore deve avere capacità creativa, innovativa, deve far rivivere un testo e far proprie la parole scritte da altri. E’ un’operazione chimica, alchemica.

D) Fra poco cadrà il cinquantenario di quel grandissimo evento che l’ha vista protagonista all’Old Vic di Londra con la regia di Franco Zeffirelli, la direzione di un enorme Lawrence Olivier e di un altrettanto enorme Giorgio Albertazzi. Che ricordo ha?

R) Nel ’64 a Londra abbiamo fatto una stagione, 21 giorni. La critica inglese, nello specifico Young sul Financial Times, ha scritto: ’Correte, londinesi: un Amleto così si vede ogni 80 anni’. Quell’anno nel mondo per celebrare il quadricentenario di Shakespeare c’erano tante rappresentazioni di Amleto: a Londra di Peter O’Toole, a Parigi di Jean-Louis Barrault, a New York di Richard Burton, in Germania c’era Maximilian Schell. Lawrence Olivier sceglie l’Amleto di Zeffirelli e Albertazzi. All’Old Vic di Londra è allestita una mostra permanente e l’unico attore di lingua non inglese sono io e questo mi riempie di orgoglio. Io che artisticamente sono nato con Shakespeare, insieme a Dante il mio autore più amato. Sono loro i miei angeli, le mie muse, le mie ninfe.

D) Quanto c’è di Amleto e quanto di Mercuzio in Albertazzi? R) Eh, tantissimo! Amleto perché non chiude mai i conti. E’ l’emblema massimo del personaggio shakespeariano. Finge la pazzia o è pazzo veramente? Non si saprà mai. L’ambiguità è un carattere di S., narrato con leggerezza, e appartiene solo ai geni. Picasso diceva: ’Ho impiegato due anni a imparare a disegnare come Raffaello e tutta la vita per imparare a disegnare come un bambino’. Allo stesso modo io ci ho messo due anni a imparare a recitare come i modelli del mio tempo(Ricci, Benassi, ecc.) e tutta la vita a imparare a non recitare più. D) A proposito di insegnamento Lei una volta disse: non c’è bisogno di professori ma di maestri. Perché?

R) Il professore insegna ciò che sa, il maestro quello che non sa e lo cerca insieme agli altri. Il più grande fu Gesù di Nazareth, che al cieco che lo acclama dicendo ‘Ci vedo, ci vedo’, risponde con stupore: ‘Davvero?’ Una mia allieva mi ha detto: ‘Tu sei uno dei pochi maestri che scoprono ed esaltano il talento altrui’. Io non insegno, anzi sono fautore di una scuola di dissuasione teatrale.

D) A questo proposito, cosa rimane oggi dell’insegnamento del grande Benassi? Quale futuro ha il teatro?

R) Finché ci sarà l’uomo, la persona con i sentimenti, i suoi gusti, i suoi malesseri, esisterà il teatro, perché è vivo, è come il vino che cambia di momento in momento. Finché ci sarà un uomo che davanti ad altri dirà qualcosa. Qualcuno ha detto: ‘un attore, uno spettatore, si stenda o meno il tappeto, è già teatro’

D) L’anno scorso se n’è andata la sua compagna di una vita, la grandissima Anna Proclemer. Alcuni istanti dopo ebbe a dire: ‘La morte, prima che al cuore, sottrae qualcosa ai sensi.’ Questa appendice dei sensi che vuole trattenere in vita la persona amata è il più grande messaggio d’Amore che Lei le ha lasciato.

R) Con Anna è stata una vicenda d’amore ed arte profondissima. Lei non sopportava alla fine il suo decadimento fisico. Mi ha chiesto di aiutarla a morire e io che credo nell’eutanasia non ho fatto niente, ho cercato di dirle che volevo ancora fare una cosa con lei, una scena di Giulietta e Romeo, nientemeno! Poi però ce l’ha fatta a morire… E’ straordinario un episodio. Lei amava molto gli asini. Diceva che l’asino ha gli occhi del Gesù. Le avevo regalato un asino sardo portandolo dalla Sardegna su un DC9! Si chiamava Birbo. Lei impazzì di gioia. Un mese dopo la morte, in camera mia di notte vado cercando un libro, ne cade uno, sono poesie di Ezra Pound, in inglese, e mi soffermo su una nota che dice: My dear An(n)e ( Anna, ma asino in francese), correrò con te ancora. La tua Anna’. Questi sono i versi di Ezra Pound. E’ come un messaggio di Anna. ‘Correrò ancora con te’.

 


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