ALL'ACCADEMIA DI ROMANIA MARIA STEFANACHE E' 'BURRNESHA' LA DONNA A META'

868 giorni fa

ALL'ACCADEMIA DI ROMANIA MARIA STEFANACHE E' 'BURRNESHA' LA DONNA A META'

Dal 26 al 28 giugno 2015 l'Accademia di Romania ha ospitato la quinta edizione del Festival 'TeatRomania emersioni sceniche' rassegna dedicata allo sviluppo del dialogo interculturale tra Romania e Italia e alla diffusione e conoscenza delle varie forme di linguaggi scenici con particolare riferimento alla drammaturgia contemporanea.

Sebastiano Biancheri intervista a margine Maria Stefanache. Collaborazione di Mihaela Mitrut

‘TeatRomania Emersioni sceniche’

Recensione di Sebastiano Biancheri del 29 giugno 2015

Dal 26 al 28 giugno 2015 nella splendida cornice di Villa Borghese a Roma l’Accademia di Romania ha ospitato la quinta edizione del festival “TeatROmania emersioni sceniche”, una rassegna transnazionale che accoglie artisti rumeni e italiani e si propone di favorire il dialogo e la cooperazione culturale fra i due paesi. Il festival è un vero laboratorio che coniuga sperimentazione e impegno sociale e in cui si descrive un pluralismo di linguaggi scenici realizzati nell’ambito della drammaturgia contemporanea con l’intento di diffonderne e valorizzarne la produzione. Il progetto è sorto nel 2010 per l’ iniziativa congiunta di due associazioni, la Telluris Associati di Pontedera e il FIRI(Forum Intellettuali Rumeni d’Italia) in collaborazione con l’Accademia di Romania e l’endorsement dell’Istituto Culturale Rumeno di Bucarest. La manifestazione si avvale del patrocinio della Regione Lazio e dell’Assessorato Cultura e Turismo del Comune di Roma. Ha inaugurato l’attuale edizione ‘Dor de Eminescu’(Nostalgia di Eminescu) un recital tributo del grande attore e regista Ion Caramitru al più importante poeta romantico di Romania. Vissuto nella seconda metà del l’Ottocento, esponente del tardo Romanticismo, la sua poetica è venata di intenso sofferto lirismo che lo avvicina a Foscolo e Leopardi e la sua esistenza travagliata, come il suo impegno patriottico, è soffusa di un’aura di tragico mistero. Accompagnato dal suono soave del clarinetto del maestro Aurelian Octav Popa, Caramitru ha declamato in lingua originale con tono solenne e misurato il repertorio in versi di colui che viene considerato il fondatore della moderna lingua romena oltreché sommo pensatore. Ion Caramitru è una della personalità più amate, uno dei principali fautori della defenestrazione di Ceausescu; non a caso era tra i manifestanti che occuparono la televisione di stato nel 1989 dichiarandola libera. Ministro della Cultura poi, il sacro fuoco dell’arte nelle vene, una vita indomita, densa di ideali e pragmatismo, spesa per sogni concretati. Sabato 27 giugno poco prima del crepuscolo la splendida attrice Isabella Draghici si è esibita nello spazio dell’emiciclo destinato alla piscina in una dimostrazione scenica di grande suggestione, ‘Tra i silenzi’, opera mimica in cui il linguaggio del silenzio e della gestualità corporea esprime magicamente il senso e le mutazioni dell’esistenza umana al femminile. L’attrice si è formata in seno alla compagnia ‘Passe -partout’ di Bucarest diretta dal mimo Dan Puric e il suo ‘one woman show’ ne ha esaltato il talento espressivo. Fra pantomima, danza e struggente partecipazione emotiva, l’interpretazione lineare ed essenziale di Isabella raggiunge momenti di rapimento estatico e vanifica i contenuti della parola che appare inadeguata. Una mimica che attraversa l’anima. Dal magma della visceralità scaturisce intenso il racconto e l’evoluzione di una vita intera scorre senza pause e avverti la fragilità mentre assisti alla vita nella vita incoerente all’insulto della follia umana, i ruoli sociali e le identità represse, e poi il pianto, il dramma e la gioia, la speranza oltre il limite. Quarantacinque minuti, un battito d’ali, il non senso accorato che diventa infine anelito al divino. Si scorge nella rappresentazione quasi un significato mitopoietico. L’allestimento musicale è appropriato. Il tip tap liberatorio e scanzonato è delizioso, il coinvolgimento del pubblico nella scena del ballo è il richiamo che perpetua la specie in virtù della differenza di genere e occorre l’intruso in scena per celebrarne il rito. Isabella è attrice di spessore e la sua bellezza diafana stride mentre consolida di significati ancor più inquietanti un delicato gioco di armonie e dolci attese, di frenesie del quotidiano e di aberrazioni che non possono caratterizzare la specie umana, pena l’estinzione. Lo spettacolo che segue è un altro momento di grande teatro, un monologo inquietante per un argomento quasi inverosimile, una pratica retaggio di usi medievali adottata ancor oggi in alcuni villaggi dei Balcani. A descrivere la condizione della ‘Burrnesha’, la donna-uomo, è una straordinaria interprete, Maria Stefanache. Diplomata in regia teatrale nel paese d’origine, a Iasi, 2 anni di studi presso l’ Accademia nazionale Silvio D’Amico di Roma, assistente di regia al Piccolo Teatro di Milano, dal 1995 al 1997 con Giorgio Strehler, un amore smisurato per il nostro paese, dove vive e dal quale non si è mai sentita discriminata. Lo spettacolo porta a conoscenza del mondo globalizzato e attonito la storia, liberamente ispirata, di una delle ultime vergini giurate dell’Albania che ancora oggi sopravvivono in alcune aree del Montenegro e del Kosovo. L’usanza ha origini antiche e presumibilmente deriva dal Kanun, un codice di leggi arcaiche espressione della cultura patriarcale che risale al 15esimo secolo e secondo il quale, alla morte dell’erede maschio, le proprietà familiari potevano essere trasferite alla discendente femmina solo a patto che fosse vergine e giurasse di far voto di castità per il resto della sua vita preservando in tal modo “l’onore” della famiglia. Le burrnesha rinunciano alla loro femminilità, indossano vestiti militari, hanno voce maschile, profonda, lineamenti marcati, svolgono ogni dura attività e fumano di tutto. Appartengono ad un mondo chiuso, granitico e primordiale sopravvissuto all’evoluzione della specie. Rispettate dalla comunità cui appartengono, veramente schiave affrancate, sono consapevoli della decisione e non avvertono disagio alcuno per una violenza subdola e silente che aliena la dignità della persona, soffoca l’identità di genere e la riduce a merce di scambio in un brutale duplice processo di reificazione e rimozione. La scelta, ovviamente indotta, non è espressione di motivi religiosi né è favorita dall’orientamento sessuale ma da motivi sociali di opportunità poiché nelle comunità rurali dell’Albania, fino al passato più recente, le donne non avevano alcun diritto e dovevano obbedire ciecamente al maschio, rese schiave o diventare burrnesha , che significa lui-lei, creature a metà, per sfuggire al loro crudele destino. Ci sono poi casi di donne divenute burrnesha per non sposarsi o per rifiutare matrimoni imposti e altre invece lo sono diventate dietro imposizioni nell’ambito familiare, perché nascere donna era considerata una disgrazia. La pratica delle burrnesha si sta gradualmente estinguendo ma tutt‘oggi in Albania la condizione della donna non può dirsi paritaria e la società è improntata ad una forma di maschilismo meno perversa ma altrettanto ignobile. Diciamo subito che il lavoro, curato dalla regista Valbona Xibri, sospende ogni giudizio e ha il pregio di una lettura documentale dal valore storico e antropologico. Si avvale di filmati che illustrano la vicenda, di fantasia, di una burrnesha, Gjergj Duka, ma altresì di testimonianze in video di alcune delle ultime donne ormai anziane che hanno intrapreso un percorso esistenziale di rinuncia e di espropriazione totali. Asessuate e dalle fattezze drammaticamente androgine. Maria si prepara con grande mestiere e la concentrazione viene evocata secondo un rituale a lei familiare prima della rappresentazione in lingua italiana. La mutazione da donna a burrnesha e il cambio in scena che trasfigura il personaggio e ne ingigantisce il sacrificio e poi la metamorfosi ‘naturalmente’ avvertita è un pugno nello stomaco che induce lo spettatore a riflessioni inquietanti e a sconvolgenti interrogativi. Per me una preziosa tardiva scoperta. Ha tale padronanza di tecniche teatrali da lei concepite e assimilate che riesce ad immedesimarsi in un personaggio tanto estremo con disinvoltura e senza rimanerne irretita. Lo sdoppiamento richiede lunga militanza teatrale, confronto assiduo e applicazione interdisciplinare oltreché doti introspettive non comuni. Il suo metodo innovativo ’memoria passata del personaggio’ le consente di caratterizzare il personaggio anche tramite improvvisazioni senza sofferte identificazioni. A fine rappresentazione il personaggio rimane là, in scena, con il suo compiuto. Maria Stefanache riesce a rendere gioiosa e intrigante senza menomarla una narrazione cruda e a tratti ‘insopportabile’; mostra una padronanza, una intensità, una accettazione di ruolo direi subliminale propria solo di un artista immensa. Possiede l’arma del ‘contagio’ e della ‘persuasione’ empatica; l’agora è il suo ubi consistam. La giornata conclusiva della rassegna, domenica 28 giugno, ha proposto due opere che trattano argomenti di rilevanza sociale, due flagelli dell’epoca moderna: il commercio illegale di organi e la discriminazione etnica. Si tratta di ‘L’ultimo lebbroso’ di Radu Botar, con Vlad Chico, e ‘Mattatoio’ del giovane drammaturgo Marco Di Stefano, con Olimpia Malai e liliana Tofan per la regia di Madalina Turcanu. ‘



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