LOVE LETTERS - VALERIA VALERI E PAOLO FERRARI AL TEATRO GHIONE DI ROMA

1385 giorni fa

LOVE LETTERS - VALERIA VALERI E PAOLO FERRARI AL TEATRO GHIONE DI ROMA

22/01/2014. Intervista a Paolo Ferrari e Valeria Valeri realizzata da Sebastiano Biancheri in occasione dello spettacolo LOVE LETTERS al Teatro Ghione di Roma.     

D. Ci troviamo al Teatro Ghione di Roma in compagnia di due ospiti di eccezione, due autentiche icone del Teatro italiano, Valeria Valeri e Paolo Ferrari, protagonisti dello spettacolo ‘Love letters’ di Albert Ramsdell Gurney, con l’adattamento di Guido Governale e Veruska Rossi. Di che cosa si tratta?

P.Ferrari. Sono lettere d’amore di due personaggi che hanno vissuto tutta la loro vita praticamente scrivendosi delle lettere, si sono poi anche incontrati ma soprattutto la ‘nostra storia’ si è svolta attraverso lettere ed è un rapporto molto tenero e poetico che permette quello che è da sempre la mia ricerca, riuscire a parlare sul palcoscenico come si parlerebbe con il pubblico, ponendo l’attenzione per metà sul pubblico appunto e per metà su quello che dici e sul modo in cui lo dici.

V.Valeri. E’ la storia di due bambini che si conoscono tra i banchi di scuola. Raccontano i sentimenti,le pulsioni, sin dall’infanzia, il rapporto coi genitori, con le maestre. Quando lei muore lui le fa una meravigliosa, struggente dichiarazione d’amore. E’ una commedia stupenda che rappresentiamo da tanti anni e che adesso sta andando in scena a Parigi.

D. E’ un testo concepito nel 1989 e inaugurato a Broadway nel 90. A distanza di oltre vent’anni dal vostro primo spettacolo, lo riproponete ancora una volta. E’ un testo di grande umanità.

V.Valeri. Di più. E’ poetico. E’così singolare! Siamo seduti e leggiamo delle lettere. I trasmette un’emozione straordinaria in platea. Avviene qualcosa di miracoloso tra il pubblico che ascolta lettere piene di sentimenti.

D. La novità consiste nella presenza di una compagnia di giovani attori, la Compagnia dei piccoli per caso, un unicum per l’Italia che rispetto ad altri paesi ha solo recentemente introdotto vere e proprie scuole per la formazione di attori in erba. Qual è il vostro giudizio?

V. Valeri. E’ un’iniziativa graziosissima. Le prime lettere che si scambiano vengono lette sul paco da bambini che interpretano i nostri due personaggi.

D. Signora Valeri, lei è stata rapita ben presto dal teatro. Quando si è accorta che quella vocazione sarebbe stata la sua strada?

V.Valeri. Sono 64 anni che faccio questo mestiere. Nella vita l’importante è azzeccare ma non sempre si è consapevoli. Forse per combinazione la vita si svolge in modo tale che ad un certo momento ti trovi a fare l’attrice e ti accorgi che in fondo è quello che avresti voluto fare.

D. Lei signora Valeri è una maratoneta dello spettacolo, non si è fermata mai. Che cos’ha questo mestiere di così penetrante al punto da non poterne fare a meno?

V,Valeri. Non è solo questo mestiere, ce ne sono tanti. Nel mio caso ad un certo momento mi sono trovata a fare l’attrice e ho scoperto che mi era congeniale ed era giusto ciò che facevo. E’ un mestiere che mi ha resa felice. Sono stata fortunata. Ho 92 anni di età e 64 di teatro e sono soddisfatta.

D. Maestro, lei a trent’anni aveva già fatto tutto. Ha iniziato alla EIAR a 9 anni. E‘ stato anche conduttore, doppiatore, ha presentato Sanremo nel ’60. Un aneddoto, un ricordo di quel periodo.

P.Ferrari. I ricordi sono tanti ma quello principale è la fortuna che ho avuto di poter fare quello che ho sempre desiderato. C’era una trasmissione radiofonica che si chiamava ‘La posta del balilla Paolo’: mi scrivevano lettere e io rispondevo e mandavo tutto dal vivo e questo mi ha consentito di acquisire una rapidità di lettura intesa come comprensione anticipata di testi mai letti prima. Quando da bambino abitavo a casa con i miei, c’era un grande corridoio con in fondo un grande sommier dove poggiavo dei cuscini, ci montavo sopra, cantavo e recitavo. Facevo il cavaliere solitario. Ero affascinato dagli adulti che parlavano e mentre fumavano emettevano il fumo dalle narici. Un giorno mi misi seduto nella sala da bagno e arrotolai della carta igienica portandola alla bocca dopo averla accesa; improvvisai un dialogo inventato imitando i grandi ma venni interrotto dall’intervento di mia madre che, aperto il finestrone che si affacciava sul bagno, mi fulminò con una sola parola: ’bravo’ e richiuse l’anta. Mi vergognai sentendomi ridicolo a tal punto che non fumai più per molto tempo ancora. Durante la guerra mentre ero a Como, sulla piazza del lago, capitava di assistere al commercio di ogni genere di derrate e sigarette da parte delle truppe alleate. Un giorno fui avvicinato da un italo americano che mi propose un business a cui non mi sottrassi: io avrei dovuto vendere una stecca di sigarette nei negozi e poi lui ripassava e la ritirava minacciando la chiusura del locale. Con quell’unica stecca abbiamo fatto il giro delle piazze. Mi invitava poi a mangiare qualcosa perché io me la passavo abbastanza male e ricordo che era in grado di inghiottire frittate di dieci, dodici uova. Sono ricordi teneri oggi, duri allora, però molto belli perché mi hanno consentito di sopravvivere in qualche modo.

D. Signora Valeri, lei è un’artista della commedia brillante ma ha dimostrato di essere a suo agio anche in parti drammatiche, dai risvolti gialli. Penso a Céline e a Madame Lupin. A quale personaggio è più affezionata? Quale la sua svolta artistica?

V.Valeri. Ondine di Giraudoux. Erano i tempi in cui lavoravo allo stabile di Genova che avevamo inaugurato con E.M.Salerno e Gianrico Tedeschi e abbiamo fatto commedie di ogni tipo per tre anni. Poi ho cominciato con Ernesto Calindri con cui ho fatto diciotto commedie a Milano. Allora non si facevano tournées.

D. Maestro, lei ha vinto nel 2006 il premio Gassman, riconoscimento ad un artista come lei che ha vissuto soprattutto di teatro e ha debuttato giovanissimo al Piccolo di Strehler. Ha visto cambiare il teatro e anche questo paese oggi abbastanza malato. Quali sono i problemi del teatro e i rimedi per ridare vigore ad un serbatoio di qualità e cultura che il mondo ci invidia?

P.Ferrari. E’ difficile parlare di qualità. Io e Valeria abbiamo avuto la fortuna di poter stare in teatro con illustri personaggi, io da Strehler, di stare in quinta e sentir recitare i grandi di allora, Ruggero Ruggeri, Memo Benassi . Questo mi ha permesso di ‘rubare’il mestiere il più possibile. Sono stato anche fortunato all’epoca perché facevano dei provini e due registi di nome Salvini e Squarzina cercavano un ragazzo che sapesse dire una battuta in brasiliano e partecipavano tutti coloro che avevano fatto l’Accademia. Un’amica di mia madre che faceva le traduzioni per la Metro-Goldwyn-Mayer si prestò ad aiutarmi. Fu così che quando toccò a me, sfoderai uno scioglilingua imparato ad arte. Gli esaminatori rimasero sbalorditi. Come regalo, andai avanti con la Compagnia della Merlini. Facevo il piazzato delle luci, mi sentivo già molto importante. Alle prove dello spettacolo di ‘La fiaccola sotto il moggio’ in cui facevo Simone, la Merlini che non era un tipo facile, mi snobbò apostrofandomi(‘questo è nuovo, non mi va di provare’)salutando tutti. A quel punto il primo attore si rivolse a me chiosando: ‘Se con questa matta riesci a dire la tua parte per intero, hai vinto la partita’. Quando andammo in scena, io recitai secondo la mia natura mentre la Merlini mi suggeriva la posizione con insistenza mettendomi in difficoltà. Mi voltai di scatto ammutolendola: ’Stia zitta, Cristo!’. Lì pensai davvero che la mia carriera fosse finita prima di cominciare. Invece alla fine dello spettacolo mi prese per mano, mi portò in proscenio e mi ringraziò.

D. I giovani sono il nostro futuro ma non sempre ciò viene trasmesso è messo a dimora. La presenza su questo palco di due diverse generazioni è motivo di speranza. Una considerazione per terminare.

V.Valeri. Sono momenti difficili, in tempo di crisi ancor più per il teatro. Non possiamo risolvere noi un problema tanto grande. Io sono entusiasta di questi giovanissimi che intraprendono la carriera di attore. Della compagnia fa anche parte mia nipote, Veronica Benassi. Ha talento e mi auguro che vada avanti. Con questa scuola a cui appartiene la Compagnia dei piccoli per caso abbiamo fatto uno spettacolo bellissimo, L’isola che non c’è, che qui al Ghione ha avuto un successo straordinario che va replicato. Dobbiamo aver fiducia.

P.Ferrari. Mi auguro fortemente di sbagliare ma purtroppo ho constatato che molti di questi giovani frequentano una scuola di recitazione solo per fare la televisione. Pochissimi desiderano salire in palcoscenico anche perché il palco non perdona. Ci ritorni solo se sei in grado di starci e hai le qualità per farlo. Ragazzi validi ce ne sono ma coloro che sono in grado di insegnare recitano e non hanno molto tempo a disposizione per dedicarsi all’istruzione degli aspiranti attori. La nota positiva è che da quando ero giovane si sentono profezie sulla fine del teatro ma passeranno secoli prima che il teatro agonizzi. Anzi, non morirà mai.

 

 



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