'ASPETTANDO GODOT' AL TEATRO GHIONE DI ROMA

572 giorni fa

‘Aspettando Godot’ al Teatro Ghione di Roma

di Sebastiano Biancheri

Dal 19 al 30 aprile 2016 va in scena al teatro Ghione di Roma ‘Aspettando Godot’, il capolavoro di Samuel Beckett. La regia è di Carlo Boccaccini. Gli interpreti: Pietro De Silva(Vladimiro), Felice Della Corte(Estragone), Roberto Della Casa(Lucky), Riccardo Barbera(Pozzo) e Francesca Cannizzo(il ragazzo). Le musiche originali sono di Massimiliano Pace. Concepita nel 1948, è da molti considerata la più importante stesura teatrale di tutto il Novecento, un dramma di concetti sull’inconsistenza della vita, una metafora rigorosa e straziante della solitudine metafisica dell’uomo che, ripudiati significati fondanti e consolatori, abbandonate certezze trascendenti, si nutre di nichilismo e genera smarrimento. Il teatro di Beckett fa propria l’angoscia di una generazione che si è lasciata alle spalle una guerra devastante e cura le ferite nel clima irrequieto e sospettoso, denso di veleni del dopo Yalta che, all’alba del nuovo mondo, alimentano la perdita di riferimenti in una fittizia società del benessere. Si denuncia la mancanza di ogni senso socialmente condiviso e la disillusione nell’ordine razionale di una società che tende a rimuovere un passato scomodo, sempre più sgomenta, alienata ed involuta. Questo aspetto ‘assurdo’ dell’esistenza inaugurato da Ionesco verrà rappresentato sulla scena dall’opera di Beckett come mai prima. Adorno, Marcuse, Sartre, percorreranno la tragedia in senso ideologico e pragmatico puntando il dito contro la classe borghese e i fenomeni di massificazione emergenti. L’allievo di Joyce, ripudiata la figura ingombrante e onnisciente del maestro, se ne discosta per indole e per metodo, pur abbracciando in parte la medesima corrente letteraria del modernismo. Supera il razionalismo del teatro epico di Brecht, lo stesso paradigma dialogico di Ionesco, sorprendente e demistificante. Manda in frantumi e ridicolizza la formale concezione del teatro e ne ripristina il nucleo mettendo al centro l’Uomo e il suo senso di impotenza cosmico. Destruttura provocatoriamente schemi ed archetipi codificati e introduce commistioni fra generi contrastanti mai provate, scombinandone i postulati. Stravolge ogni precedente convenzione di linguaggio logico consequenziale. In un singolare approccio che descrive il dramma dell’incomunicabilità e della solitudine dell’uomo moderno, esalta la funzione maieutica di dialoghi disarticolati e inconcludenti e recupera infine l’ assoluto primato dell’immagine plastica, duratura, profonda, sul movimento scenico(azione) e sulla rapidità dell’osservazione. Induce in tal modo lo spettatore a soffermarsi sul significato recondito della rappresentazione Non c’è trama nel teatro dell’assurdo. La conversazione fra personaggi grotteschi è intermittente, paradossale, fittiziamente surreale, è metadialogo, intuizione del dialogo, le battute sono ripetitive, la parola snaturata e incongruente, le pause, preziose, sottendono la percezione di immobilità del tempo inteso come dimensione dell’eternità. L’effetto è di costante straniamento. E’ la parodia del teatro borghese di parola fatto di sovrastrutture, confezionato su dialoghi articolati e intrecci scanditi ed equilibrati, incapace di rendere la frustrazione dell’uomo moderno e il vuoto interiore di domande disattese. Attesta la crisi del pensiero e dei valori che si manifesta nell’usura del linguaggio e quindi nell’incomprensione, nell’isolamento e nell’omologazione fra esseri. Affronta l’assurdo esistenziale partendo dalla prospettiva di un’epistemologia poietico-estetica mirante a saldare l’ineffabile connessione fra l’uomo e la realtà con la ossessiva ricerca di parole in grado di riempire di sensi-segni il silenzio indecifrabile che si offre solo a chi sa ascoltarne i misteri. Per poi raggiungere l’astrattezza e la sintesi del mito, al di là dei simboli, al di là di qualsiasi pretesto interpretativo. Solo nella disperazione condivisa si può sopportare l’espiazione di un’indefinibile colpa, il dramma si stempera e diviene sacrale anelito. La speranza si insinua e alimenta l’ Attesa epifanica, si protende oltre il tempo adombrando una prospettiva ermeneutica suggestiva, fino a prefigurare la catarsi della redenzione. L’allestimento di Boccaccini è originale e ha il merito di rispettare lo spirito dell’opera infondendo una vena di fantasia, di delicata e allegra elegia (mi si passi l’ossimoro) e al contempo di farsesca provocazione. La complicità gestuale e gergale dei clochards, l’idioma napoletano, colorito e annoiato, anziché banalizzare il tema, esprimono con straordinaria aderenza ed efficacia una rassegnazione abituale dignitosa e impotente, una accettazione fatalistica ma vitale e a tratti contrastante e veemente, vibrante richiamo al bisogno di vivere insopprimibile. La scenografia è spettrale. Un albero spoglio al centro di un rilievo nel mezzo della scena, è un salice che protende pochi rami sfrondati, ieratico, simbolo di una passione senza tempo, sofferente totem sul golgota dell’eterno dolore. Al di sotto macerie di giornali tra cui si aggirano solitari e confusi due mendicanti laceri e macilenti.Sono Vladimiro, detto Didì, ed Estragone, Gogò, il primo emblema della mente, della forza, del coraggio, fiducioso nell’avvento decisivo che solleverà entrambi dalle tribolazioni di sempre, il secondo un sognatore, fragile, indeciso, depresso. Sono i simboli della condizione umana, sospesi nel tempo, immutevole pur nello scorrere inutile, nella illusoria varietà degli accadimenti che passano. Il prologo è scandaloso e pone subito lo spettatore di fonte al dubbio, reso in toni grotteschi e dissacranti, che Didì rivela ad un insofferente Gogò sulla veridicità della versione dei due ladroni da parte dell’evangelista Matteo. I due attendono qualcuno che conoscono appena, o almeno così immaginano. E’ Godot, colui che darà risposta ai loro bisogni primordiali, agli interrogativi laceranti, al senso della vita che attende di essere riempito. Godot è l’enigmatico protagonista che non apparirà mai, è il destino, la felicità, la morte, la Grazia salvifica, la Resurrezione, La Rivelazione, l’Al di là, la consapevolezza, è tutto ciò che l’uomo, ormai senza più dio, attende di penetrare dall’inizio dei secoli. L’illusionista Beckett ne nasconde abilmente le sembianze rinviando il mistero della soluzione alla fusione di due parole che indicano movimento e staticità e forse celano altro ancora perché lo stesso autore deve sostare dinanzi all’ignoto. Pongono le stesse domande, ripetono meccanicamente gli stessi gesti, come in un rituale arcaico, immobili e sospesi nel tempo, incapaci di comunicare sensazioni, preoccupazioni, di generare progetti, di rinnovare emozioni, ma solo di perpetuare l’attesa per aggrapparsi alla vita. Sono uniti da un indissolubile legame simbiotico. Bisogna aspettare perché quel Godot avrebbe promesso favori e forse rimedieranno un pasto caldo e un giaciglio che li mettano al riparo dalla fame e dal freddo di notti all’addiaccio. Mentre attendono, giunge improvvisa una strana coppia di personaggi presi a prestito dalle comiche del muto che irrompono sulla scena e sconvolgono i ritmi compassati della conversazione fra Didì e Gogò: sono Pozzo, proprietario terriero, e Lucky, il servitore che lui tiene al guinzaglio. I due sono incuriositi dalla stravaganza e dagli sproloqui dell’inquietante padrone e atterriti dalle condizioni miserevoli del servo addomesticato. Pozzo è un personaggio felliniano, onirico, clownesco, strampalato che Boccaccini tratteggia magistralmente e Riccardo Barbera interpreta con il piglio romagnolo e la retorica che gli compete, caricaturale, smargiasso e autoritario, buffonesco e patetico. La serafica filosofia della napoletanità e della rassegnazione stride e fa da contrasto con l’esaltazione superominica del domatore da circo che insulta l’umile condizione del servitore e dei suoi inutili pari. L’intricata affabulazione fra Pozzo e i barboni è un capolavoro inarrivabile dell’assurdo, delle incomprensioni e delle contraddizioni insanabili della specie incapace di intese comuni e solidali, oltreché metafora dei conflitti dell’animo umano in bilico tra euforia esasperata e devastanti stati depressivi. La musica assordante spazza via il monologo di Lucky, parodia di formulazioni teologiche sull’esistenza di Dio e sul deterioramento dell’uomo. Privato di tutto, ridotto a fenomeno da baraccone prima e poi per ludibrio indotto a pensare, trascina la sua inutile valigia di sabbia. I due intrusi riprendono il cammino e nel frattempo cala la sera. Godot non si vede e sopraggiunge un ragazzo che annuncia l’impossibilità del padrone di rispettare l’appuntamento ma assicura che sarebbe arrivato l’indomani. Le domande di Vladimiro al ragazzo sono la quintessenza della vacuità e del superfluo, come le risposte, concise e scontate. Si è voluto identificare il ragazzo nel Messia, come Pozzo nel capitalista e Lucki nell’intellettuale e nel dissidente ma qualsiasi traduzione o riduzione a simbolo non può rendere ragione del valore di sintesi dell’opera di Beckett, pena lo svilimento della sublime forza poetica che la pervade e della astrattezza del suo pensiero. L’attesa è snervante e non dà tregua, la delusione sopraffà per un momento la rassegnazione e fa balenare propositi suicidi, improvvisamente e senza un nesso logico, ma i due non hanno sufficiente energia per compiere alcun gesto avverso, non vi è consapevolezza, non vi è giudizio critico in quell’ atto titanico ed estremo e desistono cedendo alla remissività meno conflittuale, più quotidiana e rassicurante. Non ne avvertono la gravità né la necessità, riducendo una drammatica determinazione ad una qualunque battuta senza senso, come tutto il resto, come la rinuncia ad un gesto sacrificato all’Attesa. I due pensano per un attimo di andarsene ma poi ci ripensano. Nulla accade. Un altro giorno, e per la seconda volta nulla accade. Non vi è percezione del tempo perché ogni giorno è uguale all’altro. Identità e memoria si fondono nella mente dei due. Il secondo atto ripresenta la stessa situazione del primo e si conclude allo stesso modo. Sono solo spuntate alcune foglie sull'albero a rivelare lo scorrere inesorabile di un tempo di cui i protagonisti hanno ormai smarrito la cognizione. Il ritorno di Pozzo e Lucky è però triste, privo di sguaiate sonorità, denso di foschi presagi. Il primo è divenuto cieco, punito per la sua insensibilità e per l’orgoglio, smemorato, non ricorda e geme, straziato dal dolore. Il secondo è ormai muto, punito forse per la sua logorrea, e non può neanche lamentarsi, sempre inutile come la sua valigia piena di sabbia. ‘Il giorno splende un istante e poi è subito notte’. Manca la memoria e l’esternazione conclusiva di Pozzo riflette la misera condizione dell’uomo, evanescente, mutabile in una dimensione eterea, scandita dall’effimero. Bravissimi tutti. Superba interpretazione di Riccardo Barbera che è un Pozzo istrionico, scoppiettante, esagerato, tormentato, assolutamente calzante in entrambe le situazioni. Pietro De Silva è un Vladimiro inconsueto, ironico, intriso di fervida napoletanità, Felice Della Corte è un Estragone sprovveduto, lagnoso e indolente, Roberto Della Casa è Lucky, knout grottesco e frivolo, abituato a subire e quindi a mordere raramente, si esalta in un delirante monologo. Francesca Cannizzo è ossequiosa e diligente nel ruolo di messaggero ‘a gettone’. Le musiche di Massimiliano Pace infine, alla Nino Rota, rievocano atmosfere nostalgiche, surreali, sostengono dialoghi e pause con straordinaria assonanza, a metà fra varietà e liturgia.



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